Prada e Nike e le misure anti-contraffazione |
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| Scritto da Isabella Naef | |
| mercoledì 28 settembre 2011 | |
Un giro d'affari 2010 compreso tra i 3,5 e i 7 miliardi di euro per la contraffazione in Italia, di cui un 60% si riferisce a prodotti di abbigliamento e di moda (tessile, pelletteria, calzature). Il 40%, invece, è imputabile alla vendita di prodotti falsi di
orologeria, beni di consumo, componentistica, audiovisivo e software. Questi i dati emersi nel corso del convegno organizzato questa mattina, a Milano, da Indicam, Istituto di Centromarca per la lotta alla contraffazione che associa oltre 180 aziende. Adidas, Bulgari, Chanel, Dolce & Gabbana, Etro, Gianfranco Ferré, Gilmar, Gianni Versace, Giorgio Armani, Lacoste, Loro Piana, Missoni, Moncler, Nike, Prada, Puma, Tod's, Salvatore Ferragamo, Valentino e Sixty sono solamente alcune delle realtà del fashion system che ne fanno parte.
"Le "Abbiamo persone che controllano il web, recentemente siamo riusciti a farci riassegnare una lunga lista di domini Internet contenenti il nome della nostra azienda e attraverso cui venivano vendute scarpe false o messe in atto truffe", ha detto Elena Pigozzi, brand protection manager di Nike. "In molti casi sarebbe sufficiente applicare le sanzioni che già esistono per sconfiggere parte del fenomeno della contraffazione", ha sottolineato la manager della società specializzata in abbigliamento e calzature sportive, aggiungendo che pubblicare su Internet l'etichetta sarebbe un modo per identificare subito la merce vera. Già, perché in un'epoca dove trionfano le vendite online e dove i gruppi di acquisto trascorrono sempre più tempo in rete, il web, oltre a costituire una grande opportunità di comunicazione, marketing e pubblicità, diventa anche un pericolo. Non a caso: "Mondo virtuale, significa sempre mondo meno virtuoso?" era il titolo del convegno Indicam di questa mattina. Un'altra ricetta anti-contraffazione, ha scherzato, ma nemmeno troppo, Guglielmi, "potrebbe essere una bella mostra fotografica delle signore immortalate sulla spiaggia di Forte dei Marmi mentre acquistano la Kelly (la celebre borsa di Hermès, ndr) falsa dai venditori abusivi, gli scatti potrebbero essere esposti in via della Spiga, proprio davanti alla scuola dove queste mamme portano i loro figli". Boutade a parte, si è chiesto Guglielmi, “possiamo fare e difendere il made in Italy senza lo Stato Italiano? Il senso della denuncia dello Stato Italiano alla Commissione Europea per mancato rispetto del diritto comunitario nella disciplina relativa all’uso delle indicazioni made in Italy e 100% made in Italy ha l’obiettivo di prendere coscienza di una realtà che Indicam denuncia da almeno due lustri". “Lo scorso anno abbiamo visto finalmente portare a conclusione la definizione del decennale problema della protezione mediante copyright delle opere di design attraverso l’aggiornamento del Codice di Proprietà Industriale", ha proseguito Guglielmi. "L’Associazione ha vegliato durante tutto il processo di approvazione della legge che è stata più volte minacciata da numerose “imboscate” parlamentari nel corso del lungo e accidentato iter parlamentare. "Ma ha fatto anche di più: è stata proprio una denuncia dello Stato Italiano fatta da Indicam alla Ue che ha consentito l’avvio di un pluriennale processo giuridico conclusosi con l’approvazione della formulazione oggi in vigore. Speriamo che questa nuova denuncia, come quella da noi fatta in tema di tutela del design nel 2005, abbia gli stessi esiti di chiarificazione e riequilibrio delle disposizioni, magari in tempi più brevi", ha ricordato il management dell'associazione in una nota. In concreto, come ha sottolineato Cesare Galli, l’avvocato che ha assistito l’associazione in questa vicenda, "Indicam contesta allo Stato Italiano sia il mancato rispetto, nell’adozione delle plurime e contraddittorie disposizioni sul made in Italy introdotte in questi anni, della procedura di preventiva concertazione con la Commissione Europea e gli altri Stati membri prevista dalla Direttiva europea n. 98/34/CE, sia il fatto che queste norme comportano un ostacolo alla libera circolazione delle merci e hanno carattere discriminatorio, riguardando solo i prodotti e i marchi italiani, che finiscono così per essere gravati da più vincoli di quelli degli altri Stati membri".
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Un giro d'affari 2010 compreso tra i 3,5 e i 7 miliardi di euro per la contraffazione in Italia, di cui un 60% si riferisce a prodotti di abbigliamento e di moda (tessile, pelletteria, calzature). Il 40%, invece, è imputabile alla vendita di prodotti falsi di
orologeria, beni di consumo, componentistica, audiovisivo e software. Questi i dati emersi nel corso del convegno organizzato questa mattina, a Milano, da Indicam, Istituto di Centromarca per la lotta alla contraffazione che associa oltre 180 aziende. Adidas, Bulgari, Chanel, Dolce & Gabbana, Etro, Gianfranco Ferré, Gilmar, Gianni Versace, Giorgio Armani, Lacoste, Loro Piana, Missoni, Moncler, Nike, Prada, Puma, Tod's, Salvatore Ferragamo, Valentino e Sixty sono solamente alcune delle realtà del fashion system che ne fanno parte.
aziende dell'abbigliamento, di cui una trentina fanno parte della nostra associazione", ha detto a FashionUnited, il presidente di Indicam, Carlo Guglielmi, "sono piuttosto sensibili sull'argomento e attive". Come? "Facciamo comunicazione, anche sul web, e innoviamo i prodotti costantemente in modo da impedire a chi fa contraffazione di stare al passo con la nostra offerta", ha spiegato Murielle Vincenti, responsabile della proprietà intellettuale presso il gruppo Prada, sottolineando che a questa strategia sono affiancate tutte le procedure legali previste in caso di rilevamento di casi di contraffazione. Ma qual è la molla che spinge le persone ad acquistare prodotti falsi? Per la responsabile di Prada è il costo minore dei capi fake. "Non penso che si acquistino prodotti contraffatti per sbaglio". Insomma, molti dubbi da parte dei brand del lusso sui cosiddetti acquisti di prodotti "falsi" in "buona fede", perché si capita su siti internet a loro volta "contraffatti", oppure in svendite o liquidazioni dubbie. 
